L’umanesimo ruvido di Guccini: dar voce agli angoli bui della storia

 

A un mese dalla scomparsa di Francesco Guccini, il vuoto lasciato dalla sua voce non si misura soltanto nella perdita di un maestro della canzone d’autore o di un gigante della letteratura in musica. Il vuoto, quello vero, si avverte nella perdita di uno sguardo. Per oltre mezzo secolo, Guccini ha messo in luce un particolare punto di vista: l’angolo buio in cui vive chi sta in basso, ai margini, che non ha voce per farsi ascoltare, che subisce guerra ed ingiustizie.

Mentre gran parte della cultura di consumo insegue il mito della forza e del successo individuale, la poetica gucciniana ha coltivato il dubbio e ha quindi scavato nella direzione opposta. Ha piantato le radici nelle periferie esistenziali e geografiche, tra le case di ringhiera, la calce dei cantieri, i bar di provincia e la terra aspra dell’Appennino. Non per indulgere in uno sterile amarcord, ma per compiere un atto squisitamente politico: restituire dignità storica e umana agli ultimi, in ogni periferia esistenziale, esplicitando le contraddizioni fuori e dentro ognuno.

In brani come Milano (Poveri bimbi di) — dove cantava il dramma dei quartieri operai chiedendosi «chissà se un giorno cambierà la vita di questi poveri bimbi di Milano» — o La collina, con la sua memoria contadina segnata dal dolore per la «gente della mia terra, finita a far la guerra o a cedere la vita nei campi», la miseria si rivela per ciò che è realmente: una gabbia di sfruttamento e violenza.

Anche nei brani più intimi e generazionali, la spaccatura sociale resta un nervo scoperto. Così l’ Eskimo diventa la divisa di una condizione economica ben precisa, segnando il confine tra chi viveva nelle ristrettezze e chi apparteneva alla borghesia: «noi due diverse invano, tu ricca ed io con l’eskimo innocente». Guccini ha cantato e denunciato le diseguaglianze, smascherando le ipocrisie del potere e rivendicando l’appartenenza a un’umanità ferita, come accade in Migranti, dove dà voce alla disperazione di chi cerca futuro sfidando il mare: «siamo la storia che non ha fortuna, la forza che si perde nella nebbia».

Il suo è stato un umanesimo ruvido, capace di dare un nome e un volto ai “vinti” della storia.

Oggi, a un mese dal suo addio, cantare e riascoltare le sue strofe significa molto più che coltivare la memoria di un artista amatissimo. Pur nella sua profonda anima laica, scettica e fieramente anarchica, il “Vangelo secondo Guccini” non offre dogmi, ma si apre costantemente alla dimensione del dubbio e dell’interrogativo esistenziale. Tra le pieghe di Canzone delle domande consuete e Quello che non…, Guccini non ha mai smesso di cercare il senso dell’umano e la verità oltre le apparenze, trasformando l’incertezza in uno spazio di speranza risorta, che risuona negli iconici versi di Dio è morto: la certezza che «in ciò che noi crediamo, Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo, Dio è risorto». Un’invitante spinta a non rassegnarsi, a illuminare gli angoli bui della società, a restituire voce a chi non ce l’ha e a schierarsi, sempre e senza compromessi, dalla parte degli sconfitti.

 

 

 

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